domenica 6 settembre 2026

Se otto ore di scuola non dovessero bastare...

 

Nell’ultimo Consiglio Comunale è stato deliberato lo stanziamento per il servizio di “pre e post scuola” con tanto di intervento illustrativo in pompa magna dell’Assessora Chiara Priante, sostenuto dai consiglieri di maggioranza e nelle settimane successive sbandierato orgogliosamente sui social e sui giornali locali.
Ma fermiamoci un attimo a riflettere.
Crediamo che i casi possano essere due: o l’Assessora Priante, consapevolmente, ha voluto far “passare” questa scelta amministrativa come una grande conquista politica socio-educativa, ben sapendo che invece è solamente un piegarsi biecamente della politica alle logiche distruttive di consenso della società attuale che vuole voracemente ricevere risposte alle proprie necessità (badate bene necessità e non bisogni), oppure l’Assessora crede veramente in ciò che ha proposto.
Delle due l’una. Nel primo caso riconosciamo la scaltrezza politica a scapito della fiducia dei propri cittadini, nel secondo una vision politica alquanto datata e preoccupante.
Certo che il servizio di pre e post scuola è una risposta necessaria a un problema immediato e urgente; ma lo stesso non può essere concepito come scelta politica e sociale definitiva che dovrebbe invece avere a sistema una visione lungimirante e coraggiosa che sembra ancora del tutto oscura alla nostra Assessora e a chi l’asseconda.
Avremmo voluto dire buona la prima, ma purtroppo non è stato così.
Il tema merita una riflessione politica che va oltre la sua semplice qualificazione amministrativa.
Perché?
Pre e post scuola non rappresentano, infatti, un servizio educativo, formativo, integrativo e accessorio collettivo del quale le famiglie usufruiscono liberamente per scelta personale.
È invece a tutti gli effetti una risposta immediata – e sbrigativa - a una necessità imposta da un modello sociale e culturale in cui siamo immersi.
A questo punto si individua una condizione di vero e proprio servizio a domanda individuale. La domanda è delle famiglie e l’individualità sta che ognuno richiede per sé e non per la collettività.
E allora un servizio a domanda individuale non lo si sovvenziona, bensì lo si fornisce dietro il pagamento di una quota da parte dell’utilizzatore.
Si rimane ancora più basiti quando si sente affermare con enfasi da trionfatore che “il servizio verrà finanziato nella sua totalità dall’Amministrazione, anche se ci fosse un solo bambino”.
Certo, tutto ciò con sommo gaudio per chi propone il servizio, che si vede remunerata completamente una prestazione fornita, al limite, anche per un solo utente; ovvero la collettività (perché i soldi sono pubblici) paga un servizio completo per più utenti eventualmente anche per un solo utilizzatore.
Non siamo più nella condizione del servizio a domanda individuale, ma nel servizio a domanda gratuita personale, lontano da qualsiasi principio di equità, di perseguimento dell’utilità pubblica, nel senso del prediligere i più rispetto ai pochi (principio che, noi sappiamo, per altre richieste è stato invece prepotentemente sostenuto).
In questo caso riteniamo che un’amministrazione pubblica, non solo dovrebbe meditare molto nel fare, ma soprattutto essere prudente nel dire e pudica nell’inorgoglirsi.
Il pre e post scuola per moltissimi genitori è una condizione necessaria per poter conciliare gli orari scolastici con quelli lavorativi, per mantenere un’occupazione e per garantire ai propri figli una gestione sicura e adeguata dei tempi che precedono e seguono le attività didattiche. È quindi l’ennesima necessità a scapito di una scelta educativa.
Anche qui emerge una contraddizione politica: da una parte si afferma la volontà di sostenere la famiglia, la natalità, la conciliazione tra vita familiare e lavoro e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro; dall’altra, però si fanno scelte che in realtà foraggiano e alimentano un sistema che tende a richiedere a ognuno sempre più tempo, che viene sottratto a se stessi e ai propri famigliari, depauperando la qualità della vita, scardinando i principi sociali delle relazioni sociali e sottraendoci il bene più prezioso che abbiamo, banalizzandolo con un prezzo del tutto iniquo: il tempo.
E quindi che problema politico solleviamo?
Che la scelta di cui questa Amministrazione si vanta va proprio in questa direzione. Il mercato tende a richiedere alle madri e ai padri sempre maggior tempo, che viene sottratto alle relazioni educative e affettive con i propri figli.
L'Amministrazione politicamente che fa, allora?
Anziché cercare soluzioni alternative, o quanto meno iniziare un percorso di analisi delle storture generate dalla logica di mercato attuale, asseconda il sistema, sostenendo economicamente e politicamente la creazione di parcheggi strutturati, più o meno mascherati da servizi educativi.
Ma questa non può essere una visione politica, e tanto meno se ne può andare orgogliosi.
Una scelta in continuità con quella degli inizi degli anni ‘80 del passato secolo, dove con il tempo prolungato abbiamo fatto contenti il corpo degli insegnanti con un maggior numero di assunzioni, i genitori che così hanno potuto essere completamente risucchiati dal mondo del lavoro avendo a disposizione un posto dove poter vedere i propri figli parcheggiati al sicuro, il personale non docente e quello del servizi alternativi e integrativi, che hanno trovato maggiore occupazione e, perché no, una politica, che ha accontentato un mondo del lavoro sempre più proiettato a risucchiare le famiglie nel consumismo e nel capitalismo che stanno logorando il pianeta.
Unici attori protagonisti non considerati e senza potere decisionale, i bambini, che questa scelta l’hanno subita. Noi crediamo nelle teorie formulate da specialisti, ma qualcuno ha mai chiesto a loro con chi preferirebbero stare?
Ecco, noi siamo riusciti a far passare una scelta legittima di emergenza come un trionfo politico amministrativo, di cui andare oltremodo orgogliosi e senza porci, invece, nella saggia condizione di pensare a una soluzione ricercata e condivisa su altre vie. Sicuramente meno gratificanti dal punto di vista del consenso elettorale, ma sicuramente di più alto spessore dal punto di vista della responsabilità politica.
Scelte mascherate come innovative si fondano su principi legati a una visione passata da oltre cinquant’anni, che ha fatto il suo corso desertificando e inaridendo i principi sui ci si è fondato il nostro sistema socio-culturale.
Non si tratta quindi di non essere consci di dover dare questa opportunità, come prezzo da pagare a un mercato che ha distrutto la famiglia, ma almeno di non andarne orgogliosi.
Il punto politico, dunque, non è negare che esista una urgente domanda e necessità da parte delle famiglie a cui si cerca di dare una risposta di emergenza.
Il punto è stabilire se quella domanda debba essere considerata un fatto puramente individuale, oppure il bisogno sociale di una comunità che vuole concretamente sostenere le famiglie.
Se siamo fermamente convinti che assecondare questo bisogno sia un gesto coraggioso per sostenere le politiche della famiglia sul nostro territorio e il bene dei nostri bambini.
Questa è la vera discussione da mettere sul piatto, anche con il rischio di essere impopolari, perché in fondo le scelte vere, spesso, sono proprio quelle controcorrente, che sanno guardare al bene profondo dell’individuo, soprattutto dei più fragili e delle nuove generazioni.
Le scelte fatte in emergenza e di urgenza debbono essere accettate per quello che sono.
Le scelte lungimiranti relative alle politiche familiari sono tutt’altra cosa.
Per ora, nell’imminente inizio del periodo scolastico ci aspettiamo purtroppo di assistere sconsolati alla campagna pubblicitaria di un servizio venduto come successo, convinti che ci si sia auto premiati con una medaglia dipinta d’oro ma che in realtà è politicamente di latta.
Speriamo che l’Assessora e l’Amministrazione in carica possano in questi anni cercare di re-indirizzare il loro lavoro verso visioni più coraggiose e più innovative.

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